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Oggetti artistici e articoli per la casa


Dubbi ce ne sono?

Il design ha passato ogni limite: l’imperativo è sbalordire, sorprendere, proporre cose mai immaginate prima. Neanche il buon senso ha più limiti. Gli oggetti che riempiono le vetrine sono completamente slegati dalla tradizione, dall’artigianato, non hanno radici, non sono autoctoni. Il design esiste e vive come in un’ampolla di cristallo ben protetta ed ovattata: nelle riviste superpatinate, nelle fiere di settore, nelle trasmissioni televisive, nelle gallerie d’arte, nei grandi negozi spesso vuoti ma impeccabili. Nelle case italiane invece ci sono altre cose, più semplici meno ardite. Le sedie non sono in carbonio ultraleggero, ma sono in rovere scuro, pesanti ed indistruttibili. I tavoli non diventano delle piattaforme d’atterraggio in cristallo molato, ma stanno a fare mestamente il loro ruolo a quattro gambe. Ho teso individuare oggetti che travalichino i tempi, che siano già dei classici, che piacciano perché durano, perché sono immediati e non sono lì a fare solo bella mostra di sé. Oggetti utili, funzionali, belli colorati, piacevoli al tatto!

Ho fatto il designer per anni ed ho capito come funziona il sistema: agisce perfettamente negli ambienti selezionati e tutto si muove come in un gran circo ben orchestrato; tutto è pompato, spinto al massimo, all’estremo, esagerato. Il fruitore nelle fiere specializzate è il negoziante che individua cose intriganti che fanno tendenza, che possano colpire la sua cerchia di clientela e… qualche pezzo bisogna dire che entra negli ambienti. Ma poi nelle case si vedono in maggioranza le solite cose, le seggiole in paglia, le caraffe in ceramica, la poltrona in stile. Tutto il gioco finisce, quando si mette piede fuori dai circuiti eletti ad estremo esempio. Non vi è corrispondenza tra il sistema design e la realtà vissuta. I negozi pullulano d’oggetti avventati e poco utili, e le case delle nonne e delle zie sono colmi d’oggetti tradizionalmente utili. Vi è una profonda discordanza tra i due settori. Quindi molte aziende lavorano per una realtà da considerarsi altra, mentre la vita normale si muove anche senza design. Provate ad entrare negli ambienti della gente comune e contare gli oggetti di ultima generazione: se ce ne sono, sono dei regali, sono dei capricci. E’ invece triste entrare nei negozi di arredamento e trovare oggetti di tendenza superpubblicati ... in svendita! E’ un mio sogno potere entrare magicamente nelle case di tutti e proporre la semplicità, anticipare la tranquillità di un oggetto posto lì per essere usato, manovrato e poi riposto per poter essere riusato il giorno appresso.

Propongo un disegno più pacato, oggetti che ripescano tradizioni lavorative artigianali, oggetti che passano tra le mani di nostri artefici senza eccessivo utilizzo di macchinari robotizzati. Oggetti che abbiano energia e significato. E’ spesso la donna che compra, che sceglie…Ho individuato oggetti appetibili che non si trovano esposti nei negozi ma solo in rete.


Mi è facile comunicare con un oggetto così come può fare un fotografo con le sue foto o cuoco con le sue ricette. E’ un modo diverso di dire come la pensi, senza usare le parole. So vedere e carpire la bellezza di una lavorazione e metterla in pratica in un oggetto. Se escogito un modo particolare di appendere un abito ad un supporto...ebbene quello è un modo di dire agli altri: ‘guardate che si può anche fare così!’ Quando penso un oggetto mi domando come reagirebbe un ipotetico fruitore di fronte ad esso: con stupore, con semplice consenso, con fare scontato... E’ difficile ma c’è sempre un modo diverso di esprimersi che non necessariamente cade nel design ardito. Mi piace confrontarmi col passato, con gli oggetti di artigianato che resistono a mode e a materiali innovativi.

So guardare le cose immaginandole in altri contesti che non siano necessariamente quelli in cui mi trovo ad operare o a vivere. So guardare le cose ‘dietro’, un oggetto va guardato nel lato nascosto se lo ha. Tempo fa mi fu proposto di scegliere dei colori di un laminato per un arredamento. Le tonalità erano tantissime ed anche le proposte. La finitura del materiale perfetta....tutto funzionava ma c’era qualcosa che non quadrava. Era pretenzioso, il materiale aspettava di essere scelto per forza. Girando la mazzetta dei colori ho notato l’estrema bellezza del retro del materiale, così variegato, naturalmente scanalato, inaspettatamente piacevole al tatto....Ecco, il materiale lì non era pretenzioso, non si era pensato a farlo piacere anche dietro, nessuno dei tecnici s’era messo a pensare bene anche quella facciata. Probabilmente un mobile con laminato ‘girato’ verrebbe bellissimo! Anche le sedie vanno viste da dietro, non da davanti. In effetti le si sceglie guardandole dalla parte sbagliata! Quando sono in ordine sotto i tavoli...ebbene le vediamo da dietro e per la maggior parte così si mostrano a noi. Quindi curare anche il verso retrostante...ripaga!

Proviamo a distinguere, nel limite del possibile, sei vocaboli o concetti che spesso interagiscono tra loro creando confusione. Cos’è un oggetto di design? E uno di styling? E uno d’arte o di artigianato? E uno kitsch o pacchiano? Cominciamo dall’ultimo, il più vile e non me ne voglia qualcuno per questa affermazione. Sono quegli oggetti che screditano la produzione e che, ahimé, vendono. L’oggetto pacchiano è privo di buon gusto, vistoso e volgare. E’ legato non solo all’ignoranza di chi lo produce ma anche di chi li compera. Esempi a josa: il boccale di birra a forma di stivale, coprivolante e coprisedili in folto pelo, cani in ceramica a grandezza naturale, stuzzicadenti in argento, rubinetteria in finto oro...Vi si nota in essi la ridondanza, l’amplificazione di una debole idea. Spesso tali oggetti sono connotati da un cambio vistoso di materiale, di peso, di dimensione, di colore. Le intenzioni di chi li produce sono comunque serie e non vogliono in buona fede far riferimento al ridicolo. Anzi il riferimento è schietto: fare colpo, vendite, fatturato. Vi è un settore che è quello dei giochi nel quale tali oggetti non appaiono. Non solo i piccoli non li capirebbero, ma anche non hanno ancora sviluppato quella cattiveria ostentatrice necessaria per possederli.
L’oggetto kitsch è anch’esso di cattivo gusto più o meno intenzionale, tipico dei prodotti della cultura di massa: il galletto segnatempo, la madonnina in plastica stampata contenente acqua “no Lourdes”, la gondolina in plastica con tutte le sue lucette...Tali oggetti hanno piccole dimensioni, non sono appariscenti come quelli pacchiani e nella loro bontà propositiva possono indurre anche a tenerezza! I negozi di bomboniere, i venditori di souvenirs e di oggetti religiosi ne sono pieni.
Nell’oggetto di artigianato spesso non vi è una tecnologia avanzata, essendo il prodotto legato alla manualità. Sarebbe quindi giusto parlare di manufatti che stanno a testimoniare materiali e lavorazioni consolidate nel tempo e legati alla cultura contadina di appartenenza: un cesto in vimini, taglieri in legno, maschere in cartapesta...L’oggetto d’arte è connotato dall’essere di solito un pezzo unico o almeno numerato in serie limitata. Non ci soffermeremo comunque per valutare l’artisticità o meno di un oggetto e sui confini inesistenti di tale espressione creativa.
Lo styling invece è un virtuosismo di forma, un dare stile...: una boccetta di profumo, una linea di automobili o di elettrodomestici per la casa. Bruno Munari definiva tale pratica come uno svolazzo estetico su prodotti in serie a funzione estetica. Ed il design infine. Dal vocabolario traggo: “ideazione e progettazione di oggetti d’uso da prodursi in serie dall’industria secondo forme esteticamente valide in rapporto alla funzionalità dell’oggetto, più propriamente industrial design”. Il design quindi dovrebbe essere una progettazione logica. Necessarie quindi cura esecutiva, sicurezza avallata da certificazione, dichiarazione di una tecnologia avanzata...L’insieme dei vari dettagli vanno a costituire quello che oramai tutti i teorici concordano nel definire “valore aggiunto”. Quindi se aggiungi il design ottieni di più. Nel mio piccolo io lo considero come una lavorazione in più che va riconosciuta, una paternità latente che va manifestata.

Che cos’è il design allora? Una brutta bestia? Non lo so e non voglio chiedermelo. E’ come se un idraulico od un macellaio si chiedessero rispettivamente: cos’è l’idraulica e cos’è la macellazione! Domande stupide che non portano a niente. Un giorno chiesero al famoso regista Martin Scorsese che cosa fosse per lui il cinema ed egli rispose stupito: “Non so,...mettersi dietro una macchina da presa e a dei riflettori e..., tutto lì”. Quindi è solo una questione di fare ed il resto viene da sé? Forse!

Artigianato e design, che cosa li lega? Sono accomunati dal fare, dal produrre. Non li lega invece il concetto iniziale a cui ognuno di essi si ancora: l’artigianato si richiama alla tradizione, al già visto, in poche parole all’oggetto affidabile perchè già sperimentato dalla comunità. Non importa se bello o brutto, non si contemplano tali possibilità. L’importante è che esso risponda a funzionalità e a durata. L’oggetto di design invece è spesso slegato dalla tradizione, dal buon senso costruttivo, si affida di più alla fantasia, all’idea particolare, alla novità, alla comunicazione visiva, dimenticandosi spesso dell’ergonomia, del funzionamento, del corretto uso di materiali; si fa spesso riferimento all’ironia, alla sperimentazione, allo stupore, al colpo d’occhio. I prodotti si scrollano di dosso quel che di stantio, di rassicurante che invece accompagna un manufatto popolare. In taluni casi oggetti di design occhieggiano all’arte e viceversa. I confini sono labili...

Una volta non c’era un contadino che non sapesse fare da sé gli utensili di uso comune indispensabili per i tanti lavori quotidiani e per la casa: oggetti che mani abituate rifacevano con precisione meccanica, quasi automaticamente nelle stagioni morte o la sera; erano abili mani dei convenuti “a veglia” davanti al focolare, o delle donne fuori la porta a chiacchiera prima di desinare” o in una pausa dei lavori domestici.

Colori...quanti colori ci sono che contornano il nostro tran tran quotidiano. Siamo più colorati di un tempo, me ne accorgo quando vedo filmati di venti o trenta anni fa: noto che allora vi erano tinte tenui, grigi, gente vestita con toni non appariscenti. Cento anni fa credo fosse ancora più triste per la gente comune, il vestiario, i muri, le mobilie non davano certo vivacità visiva all’esistenza. Tutto era dimesso, pacato, costruito per durare e servire e non per essere mostrato. Era la natura che provvedeva a dare elementi cromatici ed emozioni forti all’uomo: animali, frutti, fiori, piante...

C’era una stanza non grande nella casa della mia nonna nella quale noi nipotini non potevamo entrare. Era sempre chiusa ed io piccolo mi chiedevo perchè quel luogo doveva esistere così, chiuso, senza che mai nessuno potesse vederlo. Il perchè è presto svelato: il salotto era realizzato in stile barocco, mobili laccati con parti in foglia d’oro e d’argento, tessuti pregiati, cristalli, specchi decorati, vetri molati, porcellane, statuine, tappeti...stile pesante per i nostri giovani occhi ma intoccabile per quelli dei grandi. Si poteva entrare in quel luogo solo se strettamente accompagnati dalla nonna. Quella stanza quindi era lì per fare bella figura, non per essere vissuta, quei mobili erano lì per essere usati solo un paio di volte l’anno, quando venivano le signore a bere il the.
L’arredamento spesso esiste per ostentare uno status sociale raggiunto, spesso esigiamo per la nostra casa composizioni che vediamo perfette nelle vetrine... per poter mostrare qualcosa anche noi, per far vedere che siamo al passo, che possiamo permettercelo. Cos’è quel qualcosa? E’ un’ elevazione. Possiamo far vedere che godiamo di un privilegio. Il letto che scegliamo non è il letto dove si dorme bene ma è il letto che è in vista a tutti in questo o quel negozio. Il poterlo possedere ci fa sembrare importanti.
Ci sono poi casi opposti che ho avuto occasione di fruire personalmente: abitazioni dove i bei divani sono coperti con teli per non essere rovinati, tavoli di legno massiccio coperti con teli di pvc trasparente per non essere strisciati od ammaccati. E’ il caso contrario: i padroni di casa sono schiavi dell’arredamento in maniera ossessiva. Ed anche questo non va bene. La casa deve essere vissuta, l’oggetto od il mobile devono servirci, non devono essere lì a pavoneggiarsi.

Che cosa è il bello? Me lo chiedo spesso. Anni fa trasportavo mia nonna in automobile e ad un certo punto mi disse:” Fermati! Costeggia! Guarda che bel cancello, mi è sempre piaciuto, ogni volta che ci passavo davanti a piedi! E’ uno splendore!” Era un cancello in ferro battuto con tutti ferri ritorti ed arzigogolati. Intrecci ovunque, di gusto pesante. Tentai di spiegare alla cara nonna che non si poteva considerare bello. Fu impossibile, non c’era verso. Per lei quel cancello corrispondeva al bello, anzi più tardi rincarò con sicurezza a bellissimo. Mi accorsi che i concetti cambiano, con i tempi, con le generazioni, con lo sviluppo, con le tecnologie, con le geografie. Per la nonna probabilmente un cancello di design estremo sarebbe stato sicuramente brutto. Allora il bello è qualcosa che scaturisce dal di dentro, un qualcosa che muove a piacere, qualcosa che ti distoglie per un attimo dal resto e ti attrae rilassandoti!



Carlo Guazzo

   

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